Fuori corso o fuori vita?

 In Università

Fuori corso. Se leggi in sequenza queste due parole e tutto a un tratto senti come una fitta all’addome, un nodo in gola e un imprevisto giramento di testa, stai tranquillo, non stai per avere un malore, non c’è niente che non va in te: sei solo uno studente universitario. Non importa come ti chiami, da dove vieni, quanti anni hai, cosa abbia in serbo per te il domani. Non importa la tua media, i crediti degli esami superati o il corso di studi che segui. Non importa se hai appena cominciato oppure se a metà di una specialistica in economia aziendale, hai fatto la rinuncia agli studi e ti sei iscritto al primo anno di lettere, o meglio di agraria.

Dal momento esatto in cui il tuo nome si è convertito in una matricola, sei dentro questa faccenda anche tu, che te ne renda conto o no. Perché la verità è che essere fuori corso è il rischio o il dramma di qualunque studente universitario oggi in Italia. Se lo sei, sai perfettamente come ci si sente. Se non lo sei (almeno per ora), ti basta immaginare come deve essere, per sentirti anche peggio.

Non ci crederete forse, ma non sto scrivendo per fare terrorismo psicologico o almeno non intendo farlo. Non voglio che lasciate l’università o che cediate al peso delle scadenze e alla pressione dell’ansia. In realtà, sto solo cercando di sgombrare il campo, di guadagnarmi la vostra attenzione, di mettere un momento da parte la vostra preoccupazione e parlare onestamente della nostra situazione. È vero, dall’ultima rilevazione ufficiale fatta dall’Anvur nel 2013, circa il 40 per cento degli iscritti risulta fuori corso, anche se il numero è in costante discesa. Ogni anno un esercito di 700 mila universitari perde la propria guerra con crediti e tasse. Molto si è discusso a riguardo e ancora si discute, senza però per questo, restituire nome, cognome e vissuto a quelle percentuali, a quei numeri, a quelle statistiche.

Proviamoci noi, allora. Proviamo a raccontarla noi questa storia dei fuori corso, dei ritardatari dell’università e non solo, ai malati di lentezza cronica. Cominciamo cambiando prospettiva:

1) la lentezza è pensabile solo come valore assoluto. Non si è lenti perché si è meno veloci di qualcuno o qualcos’altro; è lento il vento, tra una tempesta e l’altra, è lenta l’àncora quando cerca di dar testa al fondale, sei lento tu quando hai bisogno di tempo, non per farci, per forza, qualcosa di utile.

2) la lentezza è il talento di chi è in cerca della propria strada, l’arte di chi inventa con le proprie scarpe il suo posto nel mondo.

Con queste premesse, capirai bene che essere lento non fa di te un ritardatario e che essere in ritardo non significa necessariamente non avere tempismo. Come per ogni àncora che faccia a dovere il suo lavoro, quell’ancóra che ti trattiene, che ti limita, che ti ferma, ti sta dando la stabilità di cui hai bisogno, nel punto esatto in cui ti sembra di non poterne fare a meno. Ti stupirà, ma non siamo i primi che si fermino a riflettere sul valore essenziale della lentezza – o dell’essere veloci a modo proprio. Ti faccio giusto due nomi, uno più recente, l’altro meno: da una parte Luis Sepulveda, autore di una straordinaria favola intitolata Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (il titolo dice già tutto), secondo il quale – e basti questo – la lentezza:

«è una nuova forma di resistenza, in un mondo dove tutto è troppo veloce. E dove il potere più grande è quello di decidere che cosa fare del proprio tempo».

Dall’altra, Italo Calvino, sul quale vorrei rallentare e trattenermi un momento. Con le sue Sei proposte per il nuovo millennio, ormai più di trentatré anni fa, Calvino si ripropose di identificare sei valori che considerava indispensabili alla letteratura e alla vita per il nuovo millennio. Per la sua seconda proposta, guarda caso, decise di spendere una trentina di pagine per elogiare la lentezza, chiamandola però con un nome che non ci si aspetterebbe: rapidità. La rapidità, come Calvino la intendeva infatti, è:

“mobilità, agilità, disinvoltura: tutte qualità che s’accordano con una scrittura [e con un’esistenza, aggiungiamo noi] pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte”.

La rapidità è quindi il rovescio imprevisto della lentezza. Non può esistere come valore senza il pregio garbato e sobrio della lentezza o, in altre parole, di quella particolare tendenza degli esseri umani a perdere tutte le strade, per trovare la propria, a fare del ritardo col resto del mondo, il tempismo che ci salva la vita. Che il tempo scorra inesorabile, quindi, non fa differenza: non importa misurarlo, il tempo, ma misurarsi con esso. Bisogna smettere di chiedersi “cosa sta succedendo?” e iniziare invece a domandarsi “cosa sto facendo?”

Il tempo – precisa Calvino – è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco” ed è facile capire perché poi lo scrittore suggerisca di applicare questi precetti alla nostra vita, al di là della scrittura. Facciamolo, allora. Sei di corsa da una vita? Stai facendo di tutto per non uscire fuori corso? Prova a rallentare, a divagare. A fermarti. Ti renderai conto di essere fuori di te. È da troppo che sei fermo? Prova a correre. Ne hai bisogno? Fallo, corri. Corri, ma con la leggerezza spudorata di chi si pesa l’anima in petto e non sente per questo mancarsi il fiato in gola. Spiega al vento le vele, anche se non ci stai capendo niente. Benedici la tua àncora e il tuo ancóra e ringrazia che si siano presi cura del tuo bisogno di essere fuori, fuori di testa perché non vuoi accontentarti, fuori dal corso di qualunque marea, dal ricatto di qualunque bilancio, dal tempo sprecato a guadagnare altro tempo.

Smettila di dire “Sto studiando ancora”: dì piuttosto “Sto ancora studiando”. Cambia il tono con cui ti presenti agli altri e a te stesso. Preserva il tuo tempo, tutela il bisogno che hai di rispettare te, le tue risorse, il tuo cuore. Spezza in due quel verbo (qualunque esso sia) e mettici in mezzo quell’ancóra, penetra il mare che stai solcando e raggiungine le profondità con la tua àncora da viaggio. Proteggi la tua unicità dai grafici e dalle statistiche, smettila di calcolare il tuo valore in base alla media o ai pagamenti in debito. Stampa il tuo ISEEU e aggiungi a penna l’unica voce che manca: la tua! Smettila di avvilirti e svilirti sprecando il tuo tempo a paragonarti al fantasma a cui non riesci ad assomigliare. Non esiste puntualità per il successo. Lo stesso risultato ha valore diverso da persona a persona: non importa dove o quando si arrivi, ma che strada si è fatta per arrivare. Non è vero che essere in ritardo sia un difetto. Chi arriva a destinazione più tardi, doveva solo arrivare più lontano. Non si è peggiori degli altri prima dell’arrivo, non si è migliori di nessuno quando si è dall’altra parte del traguardo. Devi solo tenere a mente che se l’appuntamento è con te stesso, con la persona che puoi, che vuoi e devi essere, non arriverai mai tardi. In qualunque momento tu arrivi, quello sarà il momento giusto. 

Dipende tutto dall’ancora, in fondo. Da quanto pesa, la tua àncora, da che fondo ti sta dando il tuo ancóra. Da dove lo metti, da come la usi.

Gionathan

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